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Responsible Jewellery Council (RJC) è il più importante ente di auditing sociale per la filiera globale dell’alta gioielleria e in quanto tale offer agli operatori del settore e ai consumatori la rassicurazione che gioielli, metalli preziosi e diamanti vengano prodotti e ricavati in maniera responsabile.
 
Attualmente nel raggio d’azione di RJC rientrano: materiali quali diamanti, oro e metalli del gruppo del platino. Recentemente è stato annunciato che nel 2018 RJC si occuperà anche di argento e altre pietre preziose colorate.
 
RJC è stato istituito nel 2005 da 14 membri fondatori: tra le organizzazioni e le aziende promotrici – tutte provenienti dal settore del diamante e dei gioielli in oro – si annoverano ABN AMRO, BHP Billiton Diamonds, Cartier, la World Jewellery Confederation, il Gruppo di imprese De Beers, Diarough, Jewelers of America, la National Association of Goldsmiths (Regno Unito), Newmont Mining, Rio Tinto, Rosy Blue, il Gruppo Signet, Tiffany & Co. e Zale Corporation.
 
Oggi l’organizzazione conta oltre 1000 membri tra cui piccole e grandi imprese appartenenti alla filiera dell’alta gioielleria, che spaziano dall’estrazione dei minerali fino al commercio al dettaglio, ed essendo in costante espansione è prontissima ad affrontare le sfide del futuro.

Ainsley Butler, Program Manager per l’approvvigionamento responsabile di UL, ha intervistato Anne-Marie Fleury, RJC Standards and Impact Director, concentrandosi in particolare sul processo di revisione e aggiornamento dei principali standard per la filiera dell’alta gioielleria.

Ainsley Butler e Anne-Marie Fleury lavorano fianco a fianco nel Comitato multilaterale per gli Standard RJC.

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Butler: Che cosa ci puoi dire degli standard dell’RJC?

Fleury: Abbiamo istituito un Codice di Condotta, obbligatorio per tutti i nostri membri, e una Catena di Custodia per l’oro, che invece è facoltativa. Il Codice di Condotta si focalizza sulle pratiche aziendali, mentre la Catena di Custodia è improntata ai materiali, per consentire alle imprese di ricorrere a una filiera all’insegna della segregazione e della tracciabilità.

Butler: Com’è il quadro attuale per quanto riguarda la revisione degli standard RJC?

 
Fleury:RJC ha raggiunto alcuni traguardi significativi. Stiamo iniziando a espanderci davvero e al momento il contesto è molto dinamico. Abbiamo basi assolutamente solide e stiamo crescendo, ci stiamo ampliando, stiamo apportando migliorie, adottando un approccio piuttosto attivo.
 
Abbiamo appena ultimato la revisione della Catena di Custodia, che è già in vigore. Nel 2018 riesamineremo anche il Codice di Condotta.
 
Butler: In che cosa consiste il processo di revisione degli Standard?
 
Fleury:  Al mio arrivo in RJC, due anni fa, abbiamo deciso di mettere mano agli Standard, stabilendo le relative modalità di revisione. Dalla prima stesura del Codice di Condotta, ci impegniamo a eseguire revisioni regolari, in modo che sia sempre pertinente. Impariamo dall’implementazione dei nostri standard e dal processo di certificazione, in uno stato di costante evoluzione.
 
La Catena di Custodia è stata istituita nel 2012 ed è la prima volta che viene sottoposta a una revisione.
 
Il nostro processo di revisione segue le linee guida predisposte dalla ISEAL Alliance, che ci offrono un quadro estremamente chiaro basato su comunicazioni trasparenti e coinvolgimento degli stakeholder.
 
Butler: Entrambi collaboriamo con i nostri colleghi all’interno del Comitato per gli Standard. Per quanto sia difficile interagire con un gruppo così vasto, questo approccio multilaterale conferisce molta credibilità al processo di istituzione degli Standard, oltre a convogliare diversi punti di vista e competenze. Quali sono gli aspetti positivi che hai riscontrato attingendo alle innumerevoli risorse del Comitato?  
 
Foto: revisione degli Standard Responsible Jewellery Council  
 
Foto per gentile concessione di RJC.  I membri del Comitato per gli Standard RJC a Mendrisio, Svizzera, Ottobre 2017.
 
Seconda fila, da sinistra a destra: Marco Quadri, Direttore di Argor-Heraeus; Charles Chaussepied, Direttore di Piaget; Cecilia Gardner, ex Presidente, CEO e Consulente Legale del Jewelers Vigilance Committee; Wilfried Hoerner, Presidente del Consiglio di Amministrazione RJC ed ex CEO di Argor-Heraeus; Andrew Cooper, Specialista degli standard RJC; Claus Teilmann Petersen, Vice Presidente del Gruppo CSR, Gioielli PANDORA; Alan Martin, Ricercatore Senior per commercio e finanziamenti illeciti, PACT.  Prima fila, da sinistra a destra: Bethan Robson Herbert, Responsabile RJC Certificazioni e Impatto; Jennifer Hillard, Presidente di Canadian Diamond Code of Conduct; Claire Piroddi,   Responsabile Sostenibilità per W&J Kering, Boucheron; Anne-Marie Fleury, Direttrice RJC per gli standard e l’impatto; Ainsley Butler, Direttore del programma per l’approvvigionamento responsabile di UL; Hany Besada, Vicedirettore esecutivo di Diamond Development Initiative; Purvi Shah, Responsabile integrità prodotto e attività aziendali del Gruppo di imprese De Beers; Felix Hruschka, Coordinatore per gli standard della Alliance for Responsible Mining (ARM).  
 
Fleury: Il processo multilaterale ci ha rallentato parecchio rispetto a quanto sarebbe successo con una revisione interna, a porte chiuse, ma il risultato è decisamente più esaustivo.
 
Abbiamo ricevuto degli input straordinari. Alcune delle domande poste sono piuttosto complesse. Per trovare le risposte, dobbiamo riflettere a fondo su ciò che è necessario fare per ogni singolo standard. Gli standard che ne derivano sono indubbiamente molto più forti, a tutto vantaggio della qualità.
 
Butler:  RJC applica un processo di riconoscimento reciproco per gli altri standard. Inoltre vanta partnership con iniziative complementari, come la Diamond Development Initiative, un partner importante per UL. Come influisce tutto questo sul tuo operato in veste di Direttrice per gli standard e l’impatto?  
 
Fleury: Una delle cose che amo davvero di RJC è l’impegno nell’allinearsi con le altre procedure di audit, riconoscendole e accettandole. È uno dei principi di base dell’approccio di RJC. Mi pare una cosa eccezionale. In molti casi, infatti, le organizzazioni attive in questo settore parlano di proliferazione degli standard e della necessità di allinearsi, ma poi di fatto non si adoperano in alcun modo.
 
Butler: È interessante notare l’impegno di RJC nel coinvolgere l’intera filiera. Una cosa più unica che rara.  
 
Fleury: È parte integrante dei nostri valori chiave. RJC, ad esempio, ha riconosciuto subito il ruolo delle attività estrattive artigianali e su piccola scala, spesso ignorate dalle iniziative dedicate al settore minerario. Questo dimostra che il riconoscimento reciproco e l’inclusione sono tratti distintivi di RJC.
 
Per quanto riguarda il riconoscimento degli altri Standard, abbiamo definito la questione nel nostro approccio garantito, che illustra le nostre procedure di certificazione e auditing. In molte disposizioni incluse nei nostri standard, dichiariamo che la certificazione rispetto a uno standard esterno è sufficiente a dimostrare la conformità, senza ulteriori interventi. Ad esempio, riconosciamo le norme SA8000, ISO 14001, OHSAS 18001. Ma anche gli standard Fairtrade, Fairmined, il Good Delivery della London Bullion Market Association (LBMA) e il Conflict-Free Gold Standard del World Gold Council. E l’elenco non è ancora finito.
 
Butler: Immagino che questo approccio sia molto apprezzato, visto che fa leva sull’impegno delle aziende in termini di sostenibilità. Avete avuto riscontro in questo senso a livello di adesioni ad RJC?  
 
Fleury: Certo che sì. Facciamo tutto il possibile per riconoscere gli standard equivalenti. La valutazione dell’equivalenza è estremamente importante in termini di oggetto dello standard e relative procedure di certificazione, controllo e verifica. Non vogliamo rischiare di compromettere l’integrità del nostro sistema.
 
Butler:  So che sei approdata ad RJC dal settore minerario. In che modo la tua concreta conoscenza del settore ti ha aiutato a confrontarti con i diversi membri e le innumerevoli tematiche che contraddistinguono la filiera dell’alta gioielleria?  
 
Fleury: Il mio bagaglio d’esperienza mi è stato particolarmente utile, perché tutta la filiera in qualche modo guarda a monte del processo quando si tratta di garantire la sostenibilità dei propri prodotti.
 
Mi è stato utile entrare a far parte di RJC con una solida conoscenza delle tematiche estrattive, come i problemi ambientali o la questione del consenso libero, preventivo e informato in caso di problematiche nell’accesso ai terreni: si tratta di argomenti piuttosto complessi. Penso che sarebbe difficile tracciare un quadro approfondito del settore minerario cercando al tempo stesso di coprire l’intera filiera, che è invece l’obiettivo principale di RJC.
 
Fonte

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